Scholarly Editing

The Annual of the Association for Documentary Editing

2015, Volume 36

Lo Stufaiuolo by Anton Francesco Doni: A Synoptic Edition (V)

by Anton Francesco DoniEdited by Elena Pierazzo

[Valentiniana Manuscript]

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LO STUFAIUOLO DEL DONI, COMEDIA

Al Reverendissimo Signore Pietro Cesis, mio Signore et cetera Perché le lettere sono state sempre poste nei degni e onorati luoghi, sì per alzarle a maggior gloria, come per riverir con quelle i signori meritevoli, però ciascuno che ne fa professione con tutto il potere e valor suo le consacra continuamente agli onorati signori illustri di quella età. Ecco per debito mio e merito di Vostra Signoria Reverendissima ch’io vi porgo un picciol mio presente d'una comedia, accompagnata con un saggio di musica de’ suoi intermedi.3 Gli spartiti degli intermezzi qui menzionati non sono stati localizzati. Doni era un musicista e un compositore molto rispettato, come dimostra il suo Dialoghi della Musica, pubblicato a Venezia nel 1544. Non nuova è anche la pratica di accompagnare le sue opere con pezzi musicali; si veda infatti il manoscritto delle Nuove Pitture, datato 1560 (Ms Patetta 364 della Biblioteca Vaticana) che contiene una serie di pezzi musicali dopo il testo principale. Tali brani rappresentano una curiosità codicologica: infatti le note sono rappresentate in forma di sonagli, campanelle, fori e topi (si veda l'edizione facsimilare Le nuove pitture del Doni fiorentino: libro primo consacrato al mirabil signore donno Aloise da Este illustrissimo e reverendissimo: Biblioteca apostolica vaticana, ms. Patetta 364, a cura di S. Maffei, Napoli, La stanza delle scritture, 2006) Se la diletterà alla Signoria Vostra Reverendissima mi sarà cosa grata e in più onorato luogo scriverrò il nome suo, degno d’ogni onore e d’ogni riverenza, per mostrare al mondo come sono stato sempre servidore alla Illustrissima nobiltà di casa Cesis. E con riverenza le bacio le mani e infinitamente mi raccomando. Di Vostra Signoria Reverendissima servitor, il Doni fiorentino

PROLOGO

Signori illustrissimi, magnifici, reali, e come voi volete, con tutte queste bellissime donne, siate i ben trovati. E’ son forse parecchi mesi che io mi acoppiai così posticciamente4Senza vincoli legali, more uxorio, probabilmente. con una bella cortigiana todesca la quale, come udirete, ha presa la mia lingua tanto bene che la par nata in Italia come me. Io sono stufaiuolo de’ primi di questa città perché apicco mirabilmente cornetti5Strumenti usato per i salassi (GDLI), ma con riferimento alle corna, un tema ricorrente in tutta la commedia. e ho nome Gottardo, pur di razza todesca, ma sono attalianato benissimo e per questo credo che la signora Druda, che così si fa chiamare, m’abbia posto amore; senza dirvi che la carne tira.6Cf. La Mandragola, Atto III, sc. II. Non si dice egli per proverbio tagliami le mani e i piei e gettami fra ’ miei? Ora per non avermi lasciato mio padre possessioni, sto qui a stufare tenendo a camere locande; e pur ora come mi vedete sotto questa vesta nudo, della stufa io vengo. Lei sta qua e per una porta falsa ch’ella ha dietro (la casa) entro ed esco ed ella riceve i nudi stufati, e usiamo ogni cosa sottosopra, lei e io per indiviso. Oltre al lavare, io ho imparato una virtù, ed è questa di dire alle comedie, e se non era questa ricca e bella tedesca che smania come io mi spicco da lei, saria andato qui presso a fare il prologo a un’altra comedia detta la Bolgetta, una favola di velluto: oh io credo che la vi sodisfarebbe assai se la vedeste! Orsù, per adesso non voglio dirvi del fatto nostro altro. Io son qua per farvi un argomento d’una nuova comedia, un caso di poche ore e spedirovvi tosto. Poiché ho dirizzata la fantasia a ciò che sommariamente la contiene, e non istarò a menar la cosa lunga e lentamente, facendovi stentare come fanno i vecchi che dicono le cose loro adagio adagio, col tornare ora indietro e ora con l’adoppiar le parole, onde la risolvono in fummo. Ora state fermi e datemi dolcemente udienza.
Un nostro magnifico sta in questa casa e ha una moglie che tolse per amore, una fanciulla genovese allevata in casa sua (tenete bene a mente e state saldi ch’io non gettassi le mie parole al vento), e si chiama Laura, una delle belle giovani di questa città e per le bellezze sue è famosissima. Ella ha due amanti, uno sta qui con la mia cortigiana, un ricco mercatante fuoruscito sconosciuto che se ne va in abito umile per salvar la pelle, e ha la donna sua chiamata Maddalena, la quale sta al governo della casa di questo magnifico, ed è una donna d’ingegno e Laura fa ciò che la vuole e portagli un grande amore. In questa stufa l’altro inamorato fa non so che rubamenti e scambiamenti di panni, onde aviene che quasi tutte le persone mutano abito, tanto che per una scena ne vedrete due, essendo gli 'strioni7Attori. La forma si deve preferire all apure possibile "gl'istrioni", anche sulla base di "L’autorità del Carafulla, strione della mia comediadello Stufaiuolo (La Zucca, Ic 16 9). quasi tutti in due abiti sopra di quella.
Una vedova, la quale è sorella naturale del Magnfico, inamorata d’uno di quegli amanti di Laura, è cagione che ogni cosa torni a segno. La sta qui, da lei infuori si traveston tutti: una bella tirata vi prometto! Se starete cheti la comedia si farà e imparerete nelle stoltizie d’amore a raffrenarvi; tollererete gli affanni sempre sperando bene; conoscerete che non è da fidarsi del mondo; sarete cauti nel tenere fante e servidori per veder come sono tutti d’una buccia, e fuggirete le pazzie della vecchiaia, le quali son molto licenziose. E per tenervi allegri e senza sonno, vi so dire che voi riderete di bei pezzi. Ma ecco apunto che sul meglio del dire e’ mi vien da costor qua rotto l’uovo in bocca.8Togliere bruscamente la parola. Io son forzato a non seguitare più l’argomento. Attendete adunque a loro che più inanzi entreranno con la cosa e meglio, perché sarà vedendo un toccare quasi il fondo del vero. Ma non lo credete altrimenti, perché quello che già fu da dovero è ora in comedia ridotto e chiamasi Lo Stufaiuolo. Mi raccomando alle Signorie Vostre.

LA SCENA È VINEGIA

Persone della favola

Cesare, e

Maddalena, sua donna;

Laura, moglie di messer Niccolò;

Taddea, sorella di messer Niccolò;

Vincenzo, inamorato di Laura;

Caterina, fantesca;

Niccolò, vecchio;

Gottardo, stufaiuolo;

Bigio, famiglio;

Corrieri;

Druda, cortigiana;

Magnano.

LO STUFAIUOLO COMEDIA

ATTO PRIMO

PRIMA SCENA

Cesare e Madalena
Cesare
Tu sai la compagnia che io ti ho fatta tanti e tanti anni, che oggimai possian dire d’esser vecchi; ora tu vedi come io sono aflitto e non posso dire perché.
Madalena
Questo è il dolor mio, di non saper qual cagione ti stringe a tanto martire. Lo esser fuori della patria tanto tempo mai ti ha dato occasione sì fiera di tormentarti il core; lo avere smarriti, o perduti, due sì cari figliuoli, l’essere come schiava non mi pesa né a te mai lo star così sconosciuti ti ha aggravato. Non ho io in petto e nella cassa gioie e danari da provederti se voglia alcuna di andare, di riposarti o far qualche impresa che ti conforti? Dimmi caro marito oramai la pena tua! Io son pur colei che ho tutti i tuoi secreti suggellati nel cuore: perché non mi palesi tanta tua malinconia?
Cesare
Poiché tu mi stringi con l’amore da un canto e l’esser vicino alla morte dall’altro, io ti prego ad aiutarmi che puoi, e conservare questa vita la quale è tua.
Madalena
Io comincio a pigliar animo e veggo la strada dove viene il mal tuo. Or di' allegramente, e sta’ di buona voglia, ché per la tua cento e mille volte metterei la mia!
Cesare
Ecco che non senza rossor di viso e con gran fatica io mando fuori questa parola: Laura è quella che mi priva di tutti i diletti e della vita. E il tuo tanto amarmi mi ha condotto al fine, come tu vedi, volendo piutosto morire che palesarti tanto mio pensiero. Se ti piace che io muoia, ché altro rimedio non ho, eccomi all’estremo. Se due volte mi vuoi dar la vita, perdonami e aiutami: tu far lo puoi, ancora che mal fatto sia, ma contro alle forze d’amore, in questa mia matura età, non ho trovato riparo alcuno che baste. A ogni altra cosa ho posto termine salvo che a questo, che lo conosco errore universale. O Dio aiutami!
Madalena
E’ pare che tu non possi per il dolore finir la parola. Ritorna in te, sta’ su allegro e pensa che a tutte, o la maggior parte delle cose, ci si trova rimedio.
Cesare
O quanto è infinito l’amore che tu mi porti!
Madalena
Certamente che dal capo alle piante tutta mi son commossa, percioché due estremi casi in un medesimo punto m’hanno assalita: il piacere della tua vita e il dispiacere di lei, la quale so certo esser giovane onestissima, da non la commuovere per alcuna cosa o di pregio o di valore. Ella è tutta casta, tutta savia, tutta onesta, e mi pesa che questo tuo amore non sia in quale esser si voglia donna che io conosca salvo che in costei. Guarda sorte!
Cesare
Maligna per me, poiché la mi torrà la vita!
Madalena
Non ti perder così tosto che io spero di farci qualche utile rimedio. Apunto la vedova esce di casa. Vattene e ritorna, ch’io farò tutto bene.
Cesare
Sta’ sana. O infelice la mia età!

SCENA II

Laura, Taddea e Maddalena
Laura
Siché tu hai udito, cara cognata, quante me ne faccia questo vecchio! Ma io mi dispongo in ogni modo di giungerlo una volta sul fatto, se tu mi aiuti come mi hai promesso.
Taddea
E non son per mancarti. Adio.
Madalena
Molto non restate, che è notte.
Tadea
Non mancherebbe altro a star senza la licenza di quei di là da casa.9La licenza per andare in giro di notte. In molte città era d'obbligo ottenere una licenza per aggirarsi per le strade dopo una certa ora, per non essere scambiati per criminali o prostitute. Conforta Laura, ché quel vecchio la fa viver discontenta. Va’ poi tu e maritati con questi o simili uomini randagi!
Madalena
A ogni modo l’è mala cosa a dar di naso a quante carogne sbarcano in questa città, pure che una volta ei creda di non l’aver veduta, più ei fa la pratica, e tre giorni gli bisognano a mettersi in ordine. Il tutto è che se ne vanta quando egli è allegro dopo cena la sera, ed è geloso sopramercato!
Tadea
Egli è mio fratello ma non gnene risparmio una: sempre gli dico che egli ha mille torti e lo carico di villania. Ma tutti i pari suoi in quella età (o la più parte) sanno di scemo.
Madalena
Forse che Laura non vale un castello?
Tadea
Bene è vero! Or lasciamo andar questo caso e saltiamo in un altro. Dimmi cara sorella, mi posso io fidar di te e senza farti più parole, scongiuri o preghi, poss’io realmente sfogarmi teco d’un mio segreto?
Madalena
Io ho sempre udito dire che chi non vuole che una cosa si sappia, non la dica; ma in questo caso tu lo dirai a te medesima. Ma se tu non lo puoi tenere, come lo riterrà un altro? Pure lo aver bisogno di aiuto è forza. Se voi di soccorso a me possibile avete di mestiero,10'Avete necessità'. dite sicuramente; non accadendo opera che io possi fare in vostro pro, tenetelo nel core, perché molto meglio fia allogato in voi che in quale altra persona si voglia.
Taddea
Non posso far di manco; e perché io so quanto sia la tua realità, senza più ciance ti dico che d’un bel forestieri inamorato di Laura io sono tanto invaghita che non so stare altrove che in questa casa perché, pochi giorni fallono, che due e tre volte egli non ci passi, e con il vederlo mi quieto benché poco.
Madalena
Laura dà ella occhio a cotestui, forse?
Tadea
Apunto neanche volge pur gli occhi se per sorte la si abatte alla gelosia, come colei che è di diaccio impastata. Io sono, come tu vedi, vedova, a pena viddi il marito e mi pare strano l’esser sola, e niuno ci pensa!
Madalena
E che effetto che vi giovi posso far io in questo caso?
Taddea
Dimmi prima se tu mi vuoi aiutare.
Madalena
Con l’onor di casa e mio, farò ogni cosa.
Tadea
Non ne fia nulla!
Madalena
Adunque ci ha ' andare l’onore di tutti? O questa è poca fatica ad accomodarsi, come la si dà per il mezzo, basta.
Tadea
Intendi, cara sorella, l’onore in quanto che ogni cosa fia coperta? Esso, tu e io, che saranno tre persone, lo sapremo, altri no.
Madalena
Purché non sieno come dice il vulgo: chi va, chi viene e chi sta. Ma fatemi questo conto più particolarmente.
Tadea
I modi ci sono assai, pure che una di casa mi sia fidata, e a te non mancheranno stratagemmi, e a me che son punta dal fuoco amoroso, asottigliatore de’ cervelli grossi. Brevemente, con il nome di Laura faremo uno inganno.
Madalena
Cara Taddea, a condur ben le cose bisogna ottimamente pensare e meglio seguire. Ma ditemi, voletelo per marito?
Tadea
S’io potrò sì; quanto che no, per amante.
Madalena
Io favellerò con voi in altra maniera, fuori del vostro discorrere. Conosco apertamente la vergogna di casa e vostra. Voi dite che amore è buon maestro in questi casi, ma egli è peggio la cecità della mente che la grossezza del cervello. Laura non ha ella marito? Come cotestui si troverrà ingannato, come andrà ella?
Tadea
Potrebbe essere che io lo rivolgessi al mio intento con le parole, con la pietà, con l’amore, con preghi e altre cose assai, come accade.
Madalena
Una certa perdita è qui con un dubioso acquisto. Gli uomini son duri di cuore, i più, e di lor fantasia: poco si curerà di voi. Io non ci veggo nulla di buon taglio. Pure il pensare qualche ora sopra questo caso potrebbe far nascere qualche buon fungo. In questo mezzo consigliatevi con il vero e non vi lasciate ingannare all’ombra.
Tadea
Sia con Dio. Io andrò a casa inanzi che sia buio. Vedete là non so chi che guarda e sta turato.
Madalena
Guardi quanto vuole.
Tadea
La prima occasione che mi venga di tornare qua provederemo al possibile.
Madalena
Cotesto si farà tosto, ma all’impossibile pare a me che s’abbia da provedere! Buona sera.
Tadea
Sta sana.
Madalena
E voi ancora.

SCENA III

Vincenzo e Caterina
Vincenzo
Dapoi che il mio padrone ricco mercatante mi tolse da piccolo in casa, sempre mi ha tenuto in viaggi di nave. Almanco non mi avessi egli fatto avere già due anni sono tanto ozio che io non sarei così trafitto dalla passione continua d’amore! L'andar per questa città con gli occhi fissi nel volto di questa e quell’altra giovane senza pensiero alcuno mi ha condotto a tal termine che io non ho un’ora di bene...
Caterina
Tentenna tentenna, tanto tentennai che s’aperse!
Vincenzo
...né riposo giorno e notte!
Caterina
Io credo che sia più di tre anni ch’io non l’apersi mai.
Vincenzo
O Laura! O Laura del mio cor fermo pensiero!
Caterina
E se non era il Bigio che tanto mi fastidì una sera a voler fare un suo servigio che il vecchio non lo sapesse, non avrei messo mano a quella strada. La padrona me lo ha fatto usare stasera un’altra volta e son tutta traffelata per la pena d’aprirlo. Egli s’era come non usato quasi apiccato l’uno sportello con l’altro. Io vo a chiamar la Taddea che venga a starsi stanotte con Laura. La poteva pur dimorare un altro poco a andarsene, che non avrei avuto questa stracca di menar le gambe in fretta in fretta!
Vincenzo
Che cicala questa cornacchia? Egli è meglio che io mi acosti. O quella giovane! Ricogliete il fazzoletto che v’è dietro.
Caterina
Gran mercé messere. Ma state: e’ non è mio, ché ci son dentro danari!
Vincenzo
Tanto meglio per voi: né mio ancora. Guardate bene.
Caterina
Ditemi: che moneta è questa? Non mi strignete la mano!
Vincenzo
Tenevo accioché non vi cadessino.
Caterina
Mai più ho veduto di sì fatte monete grande! Come si chiama ella questa?
Caterina
Spendonsi eglino per tutto?
Vincenzo
Per tutto no, ma in buona parte del mondo.
Caterina
Uh! Uh! Non mi toccate così! E’ par che voi mi vogliate maturare, a spremermi così attorno!
Vincenzo
Non posso io, poi che sono stato cagione che cotesti danari sien vostri, accostarmi con le carezze?
Caterina
Voi avete quelle mani sode! Andate in là! Che begli atti da fare a una pulzella!
Vincenzo
Chi è bella ha da essere ancora gentile, cara massaretta.
Caterina
Se io avessi i miei panni buoni dal dì delle feste, forse forse che non mi dileggeresti!
Vincenzo
Oh io lo credo: tu sei ancor bella così! Dimmi speranza, che è della padrona?
Caterina
Ènne bene, perché?
Vincenzo
Io ho un non so che pendente ch’io gli vorrei donare: porterestignene tu?
Caterina
Dio me ne guardi! Non porto polli!12Portare polli: favorire una tresca amorosa (GDLI). Non voglio delle mazzate. Lasciatemi andare a fare una faccenda per lei che importa.
Vincenzo
Puossi ella sapere?
Caterina
Io ve la dirò, ma tenetemela secreta.
Vincenzo
Per questa croce della Nostra Donna che mai tu ne sentirai, madesì!
Caterina
Vo a chiamare la sua cognata che venga a starsi seco stanotte, poiché il vecchio va alla stufa da una cortigiana. La crede che non tornerà, però manda per costei, non volendo dormir sola, per passar quei fastidi, quei pizzicori e quella malinconia.
Vincenzo
Almanco togliessi ella me in quello scambio! Di grazia, piglia quanti danari tu vuoi: eccoti la borsa e portamegli una lettera!
Caterina
Non vo di portante altrimenti! Uh! Uh! E’ si lieva la luna! Io vo via, a rivederci.
Vincenzo
Ascolta ascolta! Poiché tu non vuoi ascoltare, va’ in malora! E’ si suol dire che i proverbi son veri: al primo colpo non casca l’albero, a tre fazzoletti costei è mia certo! E’ si dice ancora: fico basso e fantesca d’osteria palpeggiando si matura. Quando un fico è basso ogni uno lo tasta s’egli è mezzo, tanto che in poche spremiture e’ gocciola. E così la fante di cucina: oggi viene un forestieri, e la tasta da un fianco; domani ve ne capita un altro, e la stringe da un braccio; chi gli tocca la mano e chi gli mette le dita sotto il mento, onde in poche settimane ell’è cottoia. Costei poche spremiture, pare a me, la ridurrebbono.
Ma sarà meglio che io vadia a far altro, ché Laura mia non sono io per vedere altrimenti, sì è notte. Ecco il vecchio: che maladetta sia la sorte! Guarda chi gode sì bel giglio! Orsù io darò una volta poiché quest’uccellaccio va in muda, e poi ritornerò: chi sa!

SCENA IIII

Niccolò, Bigio e Stufaiuolo
Niccolò
Cenerai, Laura, e poi vanne al letto e aspettami.
Bigio
Fatto l'olio! So che l’avrà un bello aspettare.
Niccolò
Bigio, o Bigio ? Tu non odi? Tu non rispondi? Se’ tu sordo, Bigio?
Bigio
Io non sono altrimenti sordo, messer no!
Niccolò
Perché non rispondi tu quando io ti chiamo?
Bigio
Dove avete voi trovato che si chiami mai uno che sia sugli occhi altrui? E’ si chiamano coloro che son discosto! Se voi vedete che io son qui, che accade gridar: "Bigio Bigio"? Non sapete voi dire il bisogno vostro: "fa’ così e va’ colà", senza farmi tanto rispondere "messere, messere"?13La battuta è analoga a La Zucca, IVc 53 7, dove viene attribuita al servitore del Doni.
Niccolò
Deh vedi cosa! Sto io con esso teco? Sta pure a vedere che tu vorrai esser me e che io sia te!
Bigio
State pure a vedere se voi non istate a casa, che voi sarete un altro, e un altro sarà voi!
Niccolò
In che modo?
Niccolò
To’ questa chiave e serra ben ben quell’uscio: zufoli poi chi vuol zufolare!
Bigio
Ecco fatto, togliete.
Niccolò
Dimenasi o vien fuori il buncinello?
Bigio
Ben be’ se gli è serrato come può egli uscire fuori? Dove siate voi stasera? Oh! Oh! Oh!
Niccolò
Conficcasti tu tutte le finestre come io ti dissi?
Bigio
Messer sì!
Niccolò
Quella del tetto?
Bigio
Messer sì!
Niccolò
Quella della volta?
Bigio
Messer sì!
Niccolò
Quella del granaio?
Bigio
Messer sì, messer sì: quella del pollaio, quella di cucina, quella della dispensa, quella della stalla, quella della colombaia, e quella del palco delle mele. Quando alla prima ho detto tutte, che accade far queste tanìe?16'Tanìe': litanìe, storie (GDLI).
Niccolò
S'io non avessi il bisogno che io ho de’ fatti tua ti ficcherei or ora questo stocco ne’ fianchi! Guarda chi mi vuole insegnare! Che palandra hai tu da dottore su la spalla ripiegata? Che ne vuoi tu fare?
Bigio
Voglio adoprarla: la discrezione è madre degli asini, messere. Voi l’altre notti andate alle signore e io fo mula di medico:17'Fare mula di medico': attendere pazientemente i comodi altrui, perdere tempo in attesa di qualcuno (GDLI). egli è questo freddo, io non voglio intirizzarmi.
Niccolò
Tu hai ragione; mettitela un poco in dosso e va' là due passi. Ah! Ah! Che cavar te la possino i becchini! Tu sei il bel pazzo! So che io sto fresco, a famiglio balordo!
Bigio
Voi e io sian due: se tre altri ci volessino far correre, io son senz’arme.
Niccolò
O vedi bravo! Camina poltrone, e picchia allo stufaiuolo e spacciati.
Bigio
Tic toc! O maestro? Ouh? O là? Egli è qui il magnifico signore che si vuol fare apiccare due cornetti su l’osso del cervello, aprite!
Niccolò
Che cosa gli hai tu detto?
Bigio
Che volete farvi bello. Apri tosto!
Bigio
E apri, che noi la voglian fare stanotte!
Niccolò
Maestro, e’ bisogna servire. Voi sapete che un par mio non può così disagiarsi ogni sera: aprite e pagatevi.
Stufaiuolo
La stufa è raffreddata.
Niccolò
Scadera’la! Non più novelle, bestia!
Stufaiuolo
La Magnificenza Vostra starà a disagio un pezzo.
Bigio
Che importa, pur ch’egli stia al caldo non gli dà noia, e io dormirò nello spogliatoio.
Niccolò
Senza lingua, gaglioffo!
Stufaiuolo
Voi sete padrone, però non posso dir di no. Pignete la porta e venite dentro.
Bigio
Dice bene l’avverbio19Proverbio, probabilmente per catafora (cf. Zucca, I p 1 4). che a cuocere bene un uovo fresco, fare il letto a un cane, insegnare a un fiorentino e servire un viniziano, sono le più difficil cose che si faccino! E se voi non me lo credete, dimandatene quelle donne colà colà che vanno: so ben io!

SCENA V

Caterina e Taddea
Taddea
Se ben si va di notte noi siamo a Vinegia, ed è per carnesciale.
Caterina
L’uscio è diacciato: il corbo ha preso il volo. Andiamo pure per l’uscio di dietro dove io usci’.
Tadea
So che la casa sta fresca: come s’usono tutt’e due l’entrate? A che fine hai tu aperto cotesta?
Caterina
Bisogna accomodarsi a’ tempi, cara madonna! Il vecchio vuol la porta dinanzi a suo diminio e vuol vedere e sapere chi va e chi viene; noi che abbiamo qualche vogliuzza di comperare delle cosette, non volete voi che ce la possiamo cavare? La sarebbe bella che sempre avessimo a stare a bocca secca!
Tadea
Dimmi: quando e’ tornassi e mi trovassi in casa, non mi ci avendo veduta venire?
Caterina
Né me ancora vidde uscire, e non pensai che mi trovassi fuori: quando sarete dentro penserete a cotesto. Non mancherà mai di fare come ho fatto io.
Tadea
Cento e mille volte sono stata in questa casa e mai usai questa via.
Caterina
Ell’è una comodità non conosciuta e vi potrete usandola dar qualche spasso senza esser vergognata che i vicini vi stieno a sindacare o a vedervi.
Tadea
Or entra con buona ventura, tu sai l’usanza della porta, però va’ inanzi.

DEL PRIMO ATTO FINE

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Vincenzo solo
Vincenzo
La sciocca opinione del vulgo mi ha tenuto un pensiero nella mente: che Cupido sia Dio che abruci, saetti e infiammi il cuore di noi miseri amanti. O sciocco volgo accecato nell’ignoranza! Per dirlo in una parola, io credo che amore sia una infirmità di natura che ciascuno ha nell’ossa, una certa spezie sottile di doglia mescolata con un pensiero dilettevole che non si stima per malattia. Apicasi questa bestiale infirmità per più vie e pigliasi da ciascuno e da tutti i tempi. Non è, per dire il vero, male che paragoni questo, perché è intrecciato con la natura e non viene da umori. Egli è un sottilissimo fuoco che talvolta si porta nella parola, perché nel raccontare le bellezze d’una donna, ancora che la sia di lontano, tu te ne guasti. Dio ne guardi ciascuno! Che cosa non ha fatto l’uomo infuriato da questa febbre? E la donna! Distrutto città, paesi e regni; amazzato amici, strangolato rivali, tagliato a pezzi parenti e lor medesimi si sono apiccati. Per amore, am? Lieva la gamba!20'lieva la gamba': Dio ce ne liberi (GDLI) La madre non si cura del figliuolo, la moglie non pensa al marito, né ’l marito alla moglie. Io concludo che amore è un male senza rimedio, e io lo provo. Non so se mi par di vedere in calze e giubbone fuor della stufa il possessore di Laura mia vita. Egli è certo! Poiché mi ha dato due volte ne’ piedi, vo’ seguir la traccia: forse che Amore mosso a pietà (se pure è vero che sia Dio) de’ miei tormenti darà mano a sollevarmi da tanto dolore.

SCENA II

Niccolò, Bigio, Stufaiuolo e Vincenzo
Niccolò
E’ non è la più dura cosa che lo aspettare con disagio, massimamente quando vi interviene amorazzi e, quel che importa più, la chiave della conclusione.
Bigio
Alla Magnificenza Vostra non doverrebbe dar molta noia un’ora di più; a ogni modo, quanto più state meglio è per voi, perché la notte vi parrà più corta.
Niccolò
Tu entri sempre in qualche cetera che non ti tocca! Io debbo lavorare a giornate, bestia?
Stufaiuolo
La Vostra Magnificenza potrà andare a cominciare a spogliarsi, ché io sarò in ordine in un tratto: so che dovete penare un pezzo, tante cose avete da sdilacciare.
Niccolò
Sì per San Piero, in un tratto son bello e ignudo: tu lo sai male, io non ho brachieri21Brachiere: sospensorio, fascia di cuoio per sostenere l'ernia intestinale o inguinale (GDLI). come questi altri vecchi bavosi. Avrai cura, Bigio, alla cassa de’ panni per amor di quella borsa: tu m’intendi.
Bigio
Io mi vi adormenterò sopra per non la perdere: andate pure senza pensiero a pulirvi.
Vincenzo
Che sì che la sorte mi vorrà aiutare all’improviso e farmi succedere in modo inconsideratamente che mille savi pensieri non m’hanno voluto mostrare? Lasciami pensare un poco... Io ho trovato l’inchiodatura!22Trovare l'inchiodatura: trovare il modo giusto per fare qualcosa (GDLI) La mi verrà fatta certo! O là? O là padron Gottardo? Stufaiuolo? O là?
Stufaiuolo
Che vi piace signore?
Vincenzo
Potrei io lavarmi stasera?
Stufaiuolo
Io ho un magnifico: quando lo avrò servito, servirò la Signoria Vostra; e la servirei inanzi ma voi sapete come son fatti. State così un poco, come pare alla Signoria Vostra, e poi venite e spogliatevi: venitevene dentro alla sproveduta. Io sarò là intorno al gentiluomo e con qualche trattenimento, dando un colpo sul cerchio e uno su la botte, laverò ancora la Signoria Vostra, tanto che a un’ora medesima finirò l’uno e l’altro.
Vincenzo
Ordina al tuo garzone che non lasci venir nessuno, perché voglio esser solo; e pagati.
Stufaiuolo
Così farò.
Vincenzo
In effetto come il bisogno stringe, il cervello rivolta mille modi per servire la necessità. Ho pensato uno inganno (o sorte, questa volta e poi non più!) purché la mi riesca. Io credo che in questa città che è tanto popolata di varie nazioni ci accaggino di belle novelle. Io ne so quelle quattro, e non son più che due anni che il mio mercatante mi lascia star qua fermo. Chi ci ha da spendere gode di buon bocconi, ma ce ne sono ancora degli strangolatoi: questo di Laura è uno! Gran cosa che non ci sia mai stata ruffiana sì suffiziente che bastato gli sia l’animo d’afrontare quel torrione; tutte dicono che la rocca è inespugnabile, anzi più, che l’assedio non la farebbe arendere. Pure le son certe cose che Dio sa come l’andasse: a quelle strette ci sono di mali passi. Il letto, il buio, la comodità, la fragilità, i danari, la fede del secreto fanno gran violenza. Io non vo’ dire come molti, per non far carico alle buone, che le sien tutte d’una lana, perché l’esperienza mi fa credere al contrario. Egli è meglio che io vadi dentro, inanzi che coloro s’appressino, che non si volessero stufare ancor loro; e veder se ’l mio pensiero debbe avere effetto, e trar sul libro della sorte improvista, con i dadi falsi dello inganno, e chiarirmi in effetto se a Vinegia ne posso far io ancora una, o savia o pazza, che la mi riesca. Con questa passione e con questo batticuore non ci è ordine a vivere!

SCENA III

Cesare, Corrieri e Druda
Corrieri
Chi ha pazienza nelle tribolazioni il più delle volte viene aiutato: Suo Maestà vi rimette e siate, con i vostri signori della città, giustificato benissimo.
Cesare
La mia innocenza m’ha fatto favore! Iddio non abandona mai chi spera nella sua bontà. Questa è la mia abitazione, acanto a questa stufa. Qua è la porta principale; la padrona che tiene a camere si chiama Druda Todesca dello Stufaiuolo. Venite per le lettere domattina, a che ora voi volete, o io ve le porterò a Rialto; e se vi piace alloggiar meco potete star quanto vi torna bene. Questa è la mancia della buona nuova: godi questi scudi per amor mio.
Corrieri
Baciovi la cortese mano.
Cesare
Va’ con Dio. O quanto è fallace il mondo, o quanto è bene ogni cosa contrapesata! Stolto chi si fida nelle sue promesse! Non è sì tosto distrutto in bocca il zucchero, che l’apetito ti fa venire un amaro desiderio di qualche altra cosa. La nuova del ritornare alla patria è dolcissima, ma il lasciar Laura è un fiele crudelissimo. O sorte! O destino! Che crudeltà son queste!
Druda
Signor Cesare, che fate voi costaggiù di fuori al freddo? Venite qui su l’uscio! Io vi ricordo che voi siate inanzi con gli anni.
Cesare
Travagliava la mia mente. Ecco le lettere della mia innocenza, ché il ritorno della patria liberamente m’è concesso.
Druda
O quanti falsi concetti si fanno oggi una gran parte de’ signori e principi nella mente! Cose da non se ne maravigliar molto, poiché tante esperienze di giorno in giorno se ne son vedute. Le cose degli stati son molto tenere, e si vede tal mosca che pare uno elefante.
Cesare
E principi son netti, e i signori della republica sinceri di cuore, ma gli uomini son ben pessimi, i quali bene spesso comodamente hanno le loro orecchie nelle quali scolpiscono la malizia. Quella città è beata, e beato quel signore, che ha ministri giusti, e male per quelle dove vi regnano i viziosi. Quanti cittadini di mala mente che governano, aspettano l’occasione da poter profondare un altro cittadino o dargli una ferita su l’onore e su la roba; e se bene è a torto, fatto che egli è bisogna che sia diritto; né di questi casi bestiali, o accidenti del mondo, se ne può assegnare le ragioni, perché la verità sta di sopra. Ma lasciamo questa tragedia, dove andate voi così bella?
Druda
Faceva pensiero di montare in barca e due ore passare il tempo attorno; a ogni modo tra le pelli e la comodità della gondola non si sente in sì poco spazio il freddo, e non ad altro fine se non per ischivare un fastidioso magnifico vecchio, il quale tre giorni sono mi tormenta, e io non attendo più a baie, come sapete, perché voglio poter comparire fra le donne da bene.
Cesare
Ed è gentiluomo?
Druda
Sì, credo io, anzi è certo. Io ho qui una sua lettera amorosa, e per importunità ho detto al suo fante di sì, ma sarà no. Eccovela, leggetela di grazia, poiché questo lume di luna vi serve sì bene.
Lettera Al cristallino specchietto della mia effige, la signora Druda, zucchero rosato del mio stomaco magnifico
Reverendissima stella, come sapete la Signoria Vostra che la mia magnificenza ha discorso in materia del mio amore, e concluso sopra le prove fatte a diverse signore venute di nuovo nella nostra città, Domina dominantium, i favori ch’io posso con ogni tacca di persone e panni oro, peroché vale assai i pari miei magnifici fu, del quondam clarissimo messer Bernardo. Ora agli Ufizii delle Pompe procuro23Il magistrato alle Pompe si occupava di sovraintendere al rispetto delle leggi suntuarie. e ora a’ Signori di Notte disputo.24I Signori di Notte erano la principale magistratura criminale delle Venezia dogale. Devono il loro nome al fatto che inizialmente la loro giurisdizione si limitava a crimini commessi di notte; col tempo li reati di loro competenza si allargarono molto, il che contribuì all'assunzione dei Signori di Notte a un ruolo centrale nella magistratura veneziana. Desidero adunque esseguire stasera da quattro ore in là tanto mio amore strenuo. Cedino le vostre fulguree beltadi invitte alla servitù del vostro schiavo infangao25L'espressione è curiosa e potrebbe avere connotazione dialettale (l'uscita -ao per -ATUS è tipica di alcune parti della laguna veneta). Potrebbe tuttavia trattarsi di una semplice svista dell'autore-copista. e tutto crocifisso, laonde con questo aureo San Marco, la magnificenza mia vi bacia la zecchina mano.
Il più infocato amante che vi toccasse o scaldasse mai le carni.
Cesare
La Signoria Vostra fa torto alla sapienza di questo magnifico. Ma perché promettergli?
Druda
Per fastidio. Ma che importa?
Cesare
Ancora che alcuni sieno di cervello, manco qualche carattere, bisogna rispettargli. Che fu quello un zecchino, am?
Druda
Sì signore, ma lo rimandai indietro per il famiglio.
Cesare
Dio sa se lo ha portato!
Druda
Domin fallo!
Cesare
Sarebbe il primo: questa città è piena di famigli mariuoli, e se non fossero i buoni ordini sarebbe un baccano dove pare un paradiso. Quante buone leggi ci sono e comodità rare più che in città d’Italia! Non è questa una bella cosa che un pari mio possi andar solo e sconosciuto e acompagnato a suo piacere? Un duca, un prelato e un signore ha uno spasso estremo di questa incognita familiarità. Ma torniamo al magnifico: la Signoria Vostra si riduca a casa, perché se voi non vorrete dargli fatti, daretegli parole; e non beffate così per nulla, non lo fate.
Druda
Poiché ho compagnia da ragionare, penseremo qualche rimedio per questa faccenda.
Cesare
La Signoria Vostra vadia.
Druda
Anzi quella.
Cesare
No signora, tocca a voi per niente, e andate dentro, ché colui che è là dalla stufa non ci vegga far queste cirimonie fuor di proposito la notte.
Druda
Per non vi tenere a tedio ubidirò.
Cesare
Bacio la mano alla Signoria Vostra.

SCENA IIII

Vincenzo solo
Ah! Ah! Tutti i famigli son famigli alla fine! I danari e le ciance che ho dato loro hanno fatto che si son trafugati per non so che corte e inzuccato bene bene,26'Inzuccare': bere vino oltre misura (GDLI). e ora dormono come tassi. Se io posso ordir la tela, spero di farvi ridere. Io vo dentro perché chi ha tempo non aspetti tempo.

FINE DEL II ATTO

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Maddalena e Cesare
Madalena
È egli desso? Sì è! Apunto venivo signor mio per trovarti.
Cesare
Con buone nuove?
Madalena
Né nuove né vecchie, né cattive né buone: noi siamo disperate tutte di casa. La Taddea vedova (vedova in quanto all’usanza di questa città) ma il marito era in Aleppe27Venezia aveva aperto un proprio consolato ad Aleppo (Siria), in territorio Ottomano nel 1548, che è probabilmente il periodo in cui la commedia fu scritta (cf. Introduzione); non è escluso quindi che questo possa essere un allusione all'evento. quando gli fu dato per man d’uno altro l’anello, e nel venire è affogato. Lei adunque, ché le passa il tempo, s’è scoperta con tutti d’essere inamorata d’un guasto di Laura che la muore (e non se’ tu quel desso) e così dice non avere né giorno né notte un’ora di riposo. Laura si ride di costei da un canto, e dall’altro piagne d’essere annegata in un bicchieri d’ acqua con quel vecchio il quale, oltre che le fa cattiva diacitura, ogni settimana e’ va da questa e da quell’altra zambracca a vettura. Ma noi lo vogliamo stanotte còrre alla stufa là da te, nella quale sua magnificenza si debbe lavare.
Cesare
Sia in buon’ora. Sai tu che io ero uscito fuori per venire da te?
Madalena
Non altrimenti.
Cesare
Ecco la patente del nostro ritorno alla patria, con le possessioni libere e ogni nostro avere!
Madalena
O Signore sia tu ringraziato sempre! Io ho del continuo sperato nella sua bontà; e ho fede di ritrovare un giorno almeno uno de’ miei figiuoli.
Cesare
Eimè dolente! Già me gli sono scordati!
Madalena
Non già io, e ho a mente la voglia che ha la Fiammetta sul braccio, i nei delle spalle e tutto. E Gianni Batino non ha forse de’ contrasegni? Cinque su la vita; non vo’ se non quello del cece sotto la popa manca.
Cesare
Non pensare alle cose impossibili, guarda piutosto di farmi consolato.
Madalena
Sarà più impossibile questo. Ma sta’ di buona voglia, ché io ti voglio vivo, però fra poco la condurrò dalla Druda che la metta in suo scambio a canto al vecchio: siate d’accordo voi che io ve la lascerò in casa.
Cesare
O felice a me, per te certamente ravvivo! Oimè tu mi ritorni l’anima: sarà ella così?
Madalena
Sta’ di buona voglia, ché tu sarai contento. Vuoi tu altro? Ti contenti tu? Or vedi se si trovò mai la più amorevol donna inverso il suo marito!
Cesare
Non posso per l’allegrezza rispondere.
Madalena
Io vo adunque: rispondera’mi poi; e poi meglio mi rallegrerò del nostro ritorno.
Cesare
Due fatiche ha l’uomo in questo mondo che non si considerano e pur son grandi, una che si vede e l’altra no: la prima è mantenersi, l’altra il sostentare la sua pazzia.28Lo stesso adagio si ritrova in La Zucca, IVb 49 47. Non bastano i travagli del mondo che mi danno affanno da una parte, che dall’altra la pazzia d’amore non mi sia a cuore. E’ si suol dire che nelle cose averse il ricco si sa prosperare, ma in questi mia passati e presenti travagli non mi hanno ancora saputo fare questo servizio, in modo che l’uomo ha da ringraziare più Dio d’esserci nato savio che ricco,29Anche questo proverbio si ritrova in La Zucca, IVb 43 32. ché se così fosse io non sarei in questi laberinti. Se io mi sviluppo adesso, mai più mi aggiro per sì fatte strade! Lasciami andare in casa a condurre il resto della mia pazzia a fine. Io odo ridere, purché qualch’uno non m’abbi sentito: a suo posta egli va in là, e io in qua.

SCENA II

Vincenzo, Laura, Madalena e Druda
Vincenzo
Ah! Ah! So ch’io rido stanotte, purché non mi tocchi a piagner domani, ogni cosa va bene! Dal viso in fuori non paio io il magnifico? In cambio di stufarmi io vo’ veder di coricarmi in un letto. Come bene ho fatto il furto di questi panni sotto a quel gaglioffo! E’ dorme sì sodo che non lo desterebbono le bombarde! Il vecchio v’è per due ore ancora: egli sta al caldo del quale se ne rifà, ed è entrato in un cicaleccio de’ suoi amori lungo lungo. Lo Stufaiuolo, che è forchebene, dice "madesì" e tira il cordovano,30'Tirare il cordovano': burlare, prendere in giro (per una spiegazione approfondita dell'origine dell'espressione cf. La Zucca, IIIc 7 10). e aspettami; e io in qua, pure ch’io torni a tempo da rimettere i panni al luogo suo, bene sta. Ecco la chiave, ecco il lanternino da ladri: potrò vedere per tutta la casa. Sta’: io sento sputare! Dio m’aiuti! Non mi fare stentare chiave! La vacca è nostra: dentro dentro!
Laura
La fante s’è adormentata al fuoco alla prima e Taddea debbe essere sul buono del primo sonno: purché noi giunghiamo la gallina sull’uovo, basta.
Madalena
Il gallo, bisogna dire.
Laura
Egli è peggio che un cappone.
Madalena
Sì, nel suo pollaio, ma nell’aia degli altri, dove si trova qualche granello straordinario, e’ riescono un’altra cosa al beccare!
Laura
Tosto ne vedremo la prova.
Madalena
Bella cosa questa città libera! Guarda che nessuno cerchi se noi sian masti o femine: ma noi paiamo due signori!
Laura
Insegnatemi come ho dire alla cortigiana.
Madalena
Lascia pur dire a me.
Laura
Andate dunque inanzi, voi che sapete la casa.
Madalena
Eccoci a casa. Tic, toc!
Druda
Chi è là?
Madalena
Son due forestieri che cercano camere locande.
Druda
Adesso vengo.
Laura
Credete voi che sia stufato ancora? O s’io lo trovassi nel letto con essa, vecchio pazzo!
Madalena
Ricordati: se quell’amico ti viene attorno di dire "io son Fiammetta", e mostragli ciò che io ti ho detto.
Druda
Venite dentro.
Madalena
Tosto, ch’io sento piagnere dalla banda di qua: dentro! Odi come ei carogna forte!

SCENA III

Caterina e Bigio
Bigio
Um! Um! Um! Io son rovinato e non so dove mi andare! Um! Um!
Caterina
La vesta del messere è su la tavola, la sua camera è serrata di dentro, cosa che mai si usò. Io sono stata a orecchiare a l’uscio e m’è parso di sentire che la lettiera si scommette tutta. Del resto la casa è netta di brigate come un bacino da barbieri.
Bigio
O sciagurato a me! Io voglio andare a casa amazzarmi! Um! Um!
Caterina
Dio sa dove son l’altre donne: va’ rinvergale tu per questa terra! Io voglio ancora io andare a cercar del Bigio alla stufa: ma eccolo che ne vien piangendo! Deh vedi figura! O vedi fantocciaccio in giornea!
Bigio
Caterina corri su per un coltello e sgozzami, ché io son morto!
Caterina
Perché? Che cosa è stata?
Bigio
O Dio! La vesta del messere, la berretta, il brachiere, la chiave, um! Um! Va’ per il coltello!
Caterina
Che vesta? Che chiave? La vesta è su la berretta, e la tavola su la vesta; la chiave ha aperto l’uscio: se’ tu ’briaco, non lo vedi?
Bigio
Sogno io o dormo?
Caterina
Tu mi pari l’abbrivida! Che fai tu di cotesto catelano attorno?
Bigio
Come ha fatto il messere a volare nel letto s’io so che si stufa?
Caterina
Chi è adunque in letto?
Bigio
Chi v’è, tu che se’ stata in casa?
Caterina
Io ho dormito al fuoco.
Bigio
E io ho sonniferato così un poco poco sopra una cassa.
Caterina
E d’un bel sonniferare, poiché messer t’ha fatto la beffa de’ panni, ché tu non l’hai sentito!
Caterina
Ah! Ah! È egli nella stufa da dovero?
Bigio
Credo di sì: lasciami veder la vesta prima, e poi ti dirò s’egli è vero o no.
Caterina
Sai tu ciò che io voglio che noi facciamo?
Bigio
Che?
Caterina
Andiancene di là in camera terrena, e rassettereno un poco quelle masserizie e quei letti; intanto torneranno le donne.
Bigio
Ché le sono ite di notte fuori? Messere sta fresco!
Caterina
Tu vedi, ogni un va carnescialando: vedi ancor lagiù un uomo e una donna che debbono.
Bigio
Lasciami veder prima se la vesta è di sopra, e poi faren ciò che tu vuoi; va’ su.
Caterina
Sì ben mio, anima mia!

SCENA IIII

Druda e Maddalena
Druda
La compassione del povero aflitto e mezzo vivo gentiluomo mi ha fatto serrar Laura in camera con dire che aspetti il vecchio, e v’andrà il vostro Cesare.
Madalena
Ah! Ah! Ah!
Druda
Voi ridete? Se mi fosse stato marito come è a voi, non lo comportava mai: morto a suo posta!
Madalena
Ho ben fatto uno incanto, basta!
Druda
Basta am? Incanti mi piacque. Voi avete un buono stomaco! Come andrà la cosa?
Madalena
Benissimo! State a vederne la riuscita.
Druda
Sia con Dio, andatevene a casa e io andrò a trattenere il vecchio, e di tutto lo scompiglio lascio il carico a voi.
Madalena
Sì sì, buona notte! Io ho quasi mezzo paura ad andar sola così travestita da uomo. Che vuol dir quest’uscio aperto? Che sarà mai? Il vecchio è pur nella trappola! Dio voglia che quel famiglio porco e la nostra porchetta non abbin fatto qualche maladizione! Sempre ci nasce qualche matassa da sviluppare! Intanto io entrerò di qui e serrerò l’uscio: chi vorrà poi venire in casa mi farà motto.

DEL TERZO ATTO IL FINE

ATTO QUARTO

SCENA PRIMA

Vincenzo e Madalena
Madalena
Tutte le disgrazie quando le cominciano soglion venire a un’otta, e le grazie a una a una, ma questa volta le felicità mi son venute a un tratto tutte!
Vincenzo
Chi direbbe mai che la sorte m’avesse fatto tanto favore! E in che modo! Sono ito in una stufa a diventar per amor ladro e truffatore, e in una patria lontana dalla mia tante centinaia di miglia, a ristio di capitar male; travestitomi, aperto porte, cercato case: le son faccende ch’apena si credono!
Madalena
E io ci venni e mi posi come per ischiava in nuove contrade e fra gente in altra maniera nutrite; e alla fine mi son condotta a condurre la povera figliuola a cercare i difetti del marito. Ma questi discorsi non son però d’allungargli più. Io andrò a Laura; della Taddea l’è fatta, come io torno s’acomoderannno tutte le differenze. Vattene al letto.
Vincenzo
E là vi aspetto adunque.

SCENA II

Madalena e Druda
Druda
V’aspettavo al passo, vedendovi venire in qua.
Madalena
Come la fa Laura?
Druda
Ah! Ah! So che il signore ha avuto il mèle e le mosche.
Madalena
Oimè, perché? Ècci nulla di rotto?
Druda
Nulla insino a ora.
Madalena
Si debbe pure esser contentato a modo suo.
Druda
Il vostro incanto credo che sia stato da dovero; e non so dire altro se non che la gli disse non so che pian piano, poi volle il lume e mostrogli le braccia e le spalle e ’l petto, tanto che egli entrò in un pianto dirotto che mai ha fatto altro che baciarla e chiamarla figliuola, e piangere dirottamente. O là, voi piagnete ancora voi! Non abbiate dubio nessuno, ché non ha fatto cosa alcuna!
Madalena
Piango, cara sorella, d’allegrezza.
Druda
Io restai stupida anch’io; ed egli mi pare impazzato.
Madalena
O che bello accidente! Andiamo dentro, che voi udirete cose nuove, e Laura si ha da riempire anch’ella d’un maggior diletto, e voi e tutti! Or ditemi un poco, che fu di messer vecchio?
Druda
Lo Stufaiuolo gli mostrò la scala segreta che viene in casa; egli picchiò un pezzo, bravò e pregò, ma nulla gli valse né fu di giovamento. Credo che si gettasse vinto dal sonno sul lettuccio dello Stufaiuolo a dormire. Uditelo che grida acorruomo là dalla stufa! E’ vien fuori gente: entriamo in casa noi.

SCENA III

Niccolò e Stufaiuolo
Niccolò
O ribaldi, mariuoli, asassini, traditori! A questo modo, poltrona tedesca gaglioffa? A un mio pari sì, em? A’ Signori di Notte! Criminali, truffatori, cani! A un gentiluomo, am? Siché oltre al rubarmi e asassinarmi, voi m’avete amazzato il mio Bigio! Io ti vo’ fare impiccare stradaiuolo non istufaiuolo! Lascia, lascia che io mi vadi a rivestire, vedrai se io ti gastigherò! Vinegia non è miga32La sonorizzazione della velare intervocalica (miga per mica) è tratto tipico del veneziano, e una delle poche caratterizzazioni linguistiche dei personaggi in senso settentrionale. il Bosco di Baccano33Il Bosco di Baccano (oggi Valle di Baccano) è un'area boscosa situata a est del lago di Bracciano, attraversato dalla via Cassia e famoso dal Medioevo in poi per essere infestata dai ladri. o le montagne dove venne tuo padre di Tedescheria: aspetta pure!
Stufaiuolo
Magnifico messere! Io sono uomo da bene. E che sia il vero, ecco che il vostro famiglio nel truffarvi i panni e fuggirsi, gli è caduta la borsa con la cintola, e io ve l’ho conservata: o l’è dura! I danari ci debbono esser dentro confitti!
Niccolò
Tu ne menti per la gola ché la borsa l’ho qua e sempre l’ho tenuta nelle mutande! Anzi avete amazzato il poveretto del famiglio: o povero Bigio, almanco avessi tu potuto dir tuo colpa dell’avermi fatto arrovellare e biestemmare!
Stufaiuolo
Questa borsa farà in giudizio testimonianza della mia inocenza!
Niccolò
Va’ pure alla malora, ribaldo!
Stufaiuolo
Io non so tante cose: voi ne portate un saio di velluto, una berretta con una medaglia d’oro, un pennacchio nuovo di trinca e una spada che val cento ve [sic!] cento,34Il passo non è chiaro, forse semplice dittografia. e poi cento mozzanighi per una vesta, e Dio sa come l’era!
Niccolò
Che sì che io ti do cento infilzate con questo stocco!
Niccolò
Am? Forfante, se tu non serravi io ti insegnavo dirmi ladro! Lasciami andare a casa! O che ribaldi! Parti egli che per una volta io sia stufato? Oimè, la saracinesca della mia porta è aperta: la mi pare tutta sforacchiata! Tic, tac, Toc! Ta, ta, ta, tac! Son eglin morti costoro? Tic, tac, toc! L’è pur la casa mia, s’io non dormo. Questa sarebbe bella ch’io sognassi: truffato, rubato, asassinato, spogliato e peggio fuor di casa! Io camino pure, io debbo pure esser desto! Ou? Ou? Tic, tac! Laura, Madalena, Caterina? Forse ci sarà dentro il famiglio e messosi a dormire, e a quest’otta quei di sopra lascerebbono più tosto la casa rovinare che disagiarsi, credendo che io abbi la chiave. Il poltronaccio quando si ficca il capo in seno, e’ pare un sasso, sì dorme sodo! Eh sì: e’ sarà morto! Sarà meglio che io vadia per un magnano e faccimi aprire, altrimenti non ci veggo grascia di andar dentro. Tanto è: de’ cattivi partiti bisogna pigliare il migliore; vedi a quello che è condotta la mia magnificenza! Ma inanzi ch’io vadia, voglio tastare se l’uscio di dietro fussi mai aperto, e poi farò la via di là.

SCENA IIII

Bigio e Caterina
Bigio
Chi domine era quello che voleva rovinar la casa e la porta? Hai tu udito Caterina?
Caterina
Che sì che noi ’reditiamo questa casa! La camera è chiusa e la vesta di messere si sta su la tavola dove ell’era. Vogliamo noi andare su qualche ballo in maschera? Tu vedi, se altro non ci accade, noi siamo padroni, che ogni uno s’è perduto.
Bigio
Con che ci travestiremo noi?
Caterina
Con la vesta di messere io, e tu con miei panni.
Bigio
Andiamo, che domin sarà mai!
Caterina
Ecco ch’io vo per essa.
Bigio
Stavo a pensare fra me ciò che si farà di sì gran casa. Io la voglio, se la mi resta, affittare, se la Caterina starà forte però.
Caterina
To’, metti su e daremo una volta su’ balli.
Bigio
E andremo dapoi a vedere se messere è alla stufa. Socchiudi l’uscio, se tornassi per sorte: a ogni modo non sarà veduto aperto.
Caterina
A Lucca ti viddi! S’io mi metto a ballare o che salti! Guarda capriuola che è questa.
Bigio
Rimettiti la vesta pazzerella, e aiutami ’ aconciare questa tua bene indosso. Dove hai tu tolte coteste maschere?
Caterina
Di camera di monna Maddalena. Io mi rallegro che noi sian padroni di casa: sarà meglio che noi ci togghiamo marito e moglie.
Bigio
Senza dote non farò io cotesta pazzia!
Caterina
Mancherà la dota! Non ho io un forno che è mio e un monticello nella villa cava presso a Poppi con un boschetto intorno intorno?
Bigio
Tu hai una rendita d’un podere?
Caterina
Ha’ lo tu a sapere ora! Con un orto apiccato a quello, con fichi e nespole, e altri frutti che sono quasi insalvatichiti per non avere un ortolano che ci attenda, gagliardo, di buon nerbo, a modo mio: o frutterebbe bene!
Bigio
se·ccosì eh? Io ti torrò, e lavorerò a mano ciò che vi è, e annesterò quei frutti che diventeranno dimestichi e saporiti.
Caterina
Se tu provederai qualche marza rigogliosa, la farà una prova grande, perch’egli è terreno smosso, soffice soffice, e per tal segnale vi fanno naturalmente i fichi lardegli tanto lunghi.
Bigio
Va’·cche io son contento di far ciò che tu vuoi. Volta, volta di qua, che lagiù è tanta brigata che debbe essere il Bargello! Volta Caterina, volta!
Caterina
Anzi no, che son gentiluomini: aspettiangli e andremo tutti in un mazzo, come gli stornegli. Mettianci le maschere e fermianci.

SCENA V

Laura, Cesare, Druda, Madalena, Caterina e Bigio
Druda
Si lamentano poi i padri quando noialtre donne facciamo figliuoli con qualche segno: le voglie servono pure a qualche cosa!
Cesare
Dal viso in fuori non mi son mai dispiaciuti.
Madalena
E io sono stata tanto in casa inanzi che gnene vedessi! Pure la si amalò, e, nel governarla in letto, la riconobbi a quella macchia grande su le spalle e me ne certificai con il resto, e con dimandargli se la si ricordava d’essere stata menata via con suo fratello.
Laura
E io vi seppi dire ogni cosa.
Madalena
Sì, ed eri pur piccina.
Druda
E io che me ne andava presa alle grida quando la menavi come alla beccheria! Voi siate una sagace donna; e voi messer Cesare, che vi ha tenuto su la corda tanto!
Cesare
All’amore che io portava a costei mi pareva gran cosa che non ci fosse un sopranaturale influsso!
Laura
Andianne ch’egli ci è cento cose da fare, e da dire ce ne sarebbono mille. O, o voi non vedete là messer Niccolò? Per la mia fede ch’egli ha seco una femina! Egli ci ha veduto: questa cosa farà per noi.
Madalena
La vesta era pure in casa, come è possibile che sia entrato dentro? Io serrai pur bene: ci sarà di nuovo certo! Finiranno mai tanti garbugli?
Druda
E’ sono in maschera!
Laura
Io sarò la mal trovata!
Cesare
Ogni cosa s’aconcerà: lasciate dire a me che comincerò con le brusche, e poi verremo alle dolcezze, all’amicizie e parentadi. Doh vecchio senza cervello, è questa ora d’un pari vostro d’andare in maschera a torno?
Druda
Bella gentilezza volere sforzarmi la porta!
Cesare
State fermi: dove volete voi trafuggarvi? Tieni quella femina, Druda!
Laura
Uh, poverina a me! Si vede bene ch’io non ho nessuno de’ mia in questi paesi!
Madalena
Vedete come gli sta intirizzato!
Druda
Sentite come questa vacca sotto la maschera ride!
Cesare
Cavatevi le maschere, mostrateci il viso!
Bigio
Ah! Ah! Ah! Ah!
Madalena
Che ti caschi mezzo il naso, bestia! Vedete questa altra pazzerella: e’ ci impazzerebbe Vergilio!
Cesare
Non più risa, di grazia, lasciategli andare a spasso e' torneranno a casa quando verrà lor bene.
Bigio
Insegnatemi: il messere, che ne fu egli? Dovette morire, am?
Madalena
E’ s’è perduto, e noi vogliamo andare a Padova con questo gentiluomo. Date qua le mie maschere, e andate carnascialando insino che avete sonno. Se verrete mai a Padova ci rivedremo.36Il riferimento a Padova, qui e altrove, non è altrimenti chiaro. Forse si tratta di un riferimento generico a un'altra città, oppure di un adattamento geografico del proverbio "A Lucca ti vidi", con significato di incredulità, come in Atto IV, Sc. IV. Andatevi con Dio.
Laura
Che volete di nuovo far qualche comedia? Andate più tosto alla stufa per messere.
Caterina
Va’ là Bigio in qualche luogo andren noi: tantara tantararan ta ta! O che buon tempo!
Madalena
La porchetta ha lasciato l’uscio aperto, e dovette aprire al famiglio: va’, tien servidori e fantesche poi! Fidatevi brigate di sì fatte generazioni.
Cesare
Io ritornerò a casa per non iscomodare Gianni Batino, e ritornerò all’allegrezze poi che ho pianto tanto: inanzi ch’io pianga di nuovo più mi riposerò un poco; e la Druda verrà anch’ella a mutarsi d’abito.
Madalena
Sarà bene, e tornate tosto!
Druda
Buona notte!
Laura
Buona notte e buon anno. Venite subito!

DEL QUARTO ATTO IL FINE

ATTO QUINTO

SCENA PRIMA

Niccolò, Magnano e Maddalena
Niccolò
So che voi dormite sodo! Io ho avuto a rovellarmi intorno a quell'uscio e hai penato un’ora a vestirti!
Magnano
I pari nostri lavorano il dì, e la notte a questa ora siamo ubriachi nel sonno.
Niccolò
Non più parole eccoci qua. Guarda che nel girare con il grimandello per quella saracinesca tu non mi rovinassi qualche ingegno.
Magnano
La Magnificenza Vostra non dubiti: io sono usato a tastare altre serrature che la vostra. Io ho rimesso insieme tali rimbrencioli di toppa, ché per volerla aprire con chiavi che non vi si affacevano, erano tutte strambellate: una cosa brutta da vedere.
Niccolò
In effetto la mia è serratura di riguardo: bisogna destrezza.
Magnano
La Magnificenza Vostra, che non ha il braccio gagliardo, penso che vadia lentamente, però non l’avete mai guasta. Chi l’ha tocca testé?
Niccolò
Che diavol ne so io? La chiave l’aveva il famiglio.
Magnano
La Magnificenza Vostra sta fresca poiché fidate la chiave della porta principal di casa al famiglio: o egli può mettere e cavar fuora la roba quanto gli piace! Alla padrona non debbe piacer molto.
Niccolò
Madesì, queste nostre gentildonne pigliono tutto in buona parte, e non sono così schife come quelle del tuo paese.
Niccolò
Messer no, ch’io sappia.
Magnano
O l’è guasta, o egli è serrato di dentro: aprir non si può egli.
Niccolò
Sconficca, rompi, dagli, spezza la porta con quel martello!
Madalena
Chi rompe l’uscio? Via ladri! Al ladro, al ladro!
Niccolò
Tu fuggi magnano? Non fuggire! Diavolo e' va, tienlo tu! Il padron di casa son io, non mi conosci?
Madalena
Il padrone non veste alla forestiera: tu mi pari un soldato! Al ladro! Correte, al ladro!
Niccolò
Dio mi aiuti, se corre la vicinanza io sono svergognato! Sarà meglio che insino a dì io mi posi qui incantonato, o insin che passi la guardia che mi conoscerà per gentiluomo.

SCENA II

Stufaiuolo, Caterina e Bigio
Stufaiuolo
Dico ch’egli m’ha avuto d’amazzare, e domattina mi vuol far comandare all’Ufizio di Notte!
Caterina
Quando? Domattina?
Stufaiuolo
Madonna sì, monna massara, guarda chi mi ha avuto a rovinare! To’ qui la sua borsa e va’ riparaci; porta a casa i panni.
Caterina
Am, Bigio, se sarà di dì, come lo farà egli comandar di notte? Che novelle! Va’ là che ci beffa! Getta via cotesto brachieri, e andiancene a casa nostra, so che non vi sarà nessuno. Io voglio che tu ti ritiri dalla parte di dietro, o vorrai quella dinanzi? Forse che le stanze di là piaceranno più per esser più fresche; e starenci da vecchietti. A ogni modo del padrone non se ne sa nulla, e le donne si vanno con Dio. Se noi affittiamo se ne caverà un buon dato di pigione; la sala è grande e le camere dentro sono assai.
Bigio
Tu vuoi dire che una parte che ne affitti ci farà le spese?
Caterina
Sì, largamente.
Bigio
Se tu tenessi a camere locande per tutto, non sarebbe meglio?
Caterina
Sì bene, e guadagnerassi più ancora!
Bigio
Purché tu possi la fatica di reggere alla gente che verrà. E’ vien tal poltrone ad alloggiare talvolta che è fornito d’asineria; non so come tu starai paziente al suplire di qua e di là a tanti!
Caterina
Madesì! Io son gagliarda e mi basta l’animo di sodisfare a un comune!
Bigio
Poiché ti contenti così, andiano a metter la scritta su la porta e ’l cerchio.38Il cerchio era uno dei simboli più comuni per locande e mescite.
Caterina
Quanti danari caveremo noi, am? Quando io avrò pieno per tutto, oh io starò contenta! E me ne gioverà pure a tirar quelle poste ch’empiono la mano di que' mozzanighi larghi e marcelli!
Bigio
La fava, e’ vi ti pare essere già!
Caterina
Sì a me! Ma chi è quel bravaccio là in quel cantone ? E’ viene a noi.

SCENA III

Niccolò, Caterina e Bigio
Niccolò
Dove vai tu ribaldo con la mia vesta intorno? O là, tu sei la Caterina! Che fai tu de’ miei panni indosso, dove gli hai tu avuti? Quest’altra massara chi è? Volgi il viso!
Bigio
Sono il vostro Bigio caro caro...
Niccolò
O bestiaccia! Tu dovesti imbriacarti nella stufa e mi rubasti i panni!
Bigio
Perdonatemi, che io vi dirò tante belle cose.
Niccolò
Di’ la verità, se non ch’io ti ficco questo pugnale in corpo!
Caterina
Uh! Uh! Messere ficcatelo inanzi a me e non amazzate il poveretto che non ci ha colpa. Voi siate sì bello di velluto, o voi siate bene sì ben vestito voi dovete andare in ufizio Potestà alle Bebe per la Signoria,39La Torre alle Bebe, roccaforte presso Chioggia che tradizionalmente marcava il confine dei possedimenti di Venezia e Padova ebbe un Podestà a partire del sec. XII fino al 1607 (Da Mosto, p. 14). o a Bergamo?
Niccolò
Sta’ cheta bestia! Di’ su Bigio.
Bigio
Io dormivo sopra la vesta, e la mi fu tolta; e poi trovai l’uscio aperto e la camera su la vesta, che la tavola era serrata e la berretta...
Caterina
E io al fuoco adormentata che v’aspettavo, senti’ uno spirito folletto là dentro che dimenava forte forte la vostra lettiera dove dorme madonna Laura.
Bigio
Questa importa ben più: i panni son qui loro!
Caterina
Io v’ho pianto per morto, e cerco per tutta questa terra.
Niccolò
O sciagurato a me, che novella vergognosa sarà del fatto mio!
Caterina
Bigio, di’ quel che dice lo Stufaiuolo di quel signore.
Bigio
Non me ne ricordo.
Niccolò
Che signore?
Bigio
Non so dir altro se non che madonna Laura stanotte colà colà vi cercava con donna Maddalena, uno imbasciadore, una reina, che so io, il doge con la Signoria, tutti, tutti, si ridevono di voi, di me, e della fante.
Caterina
Tu racconti la villania.
Niccolò
A chi fu detta questa villania, ah, bestia?
Bigio
Messere, e’ vi disse "castronaccio, mariuolo, bestia"!
Niccolò
A me, am? Castronaccio?
Caterina
Magnifico messer sì, a me che aveva la vostra vesta.
Niccolò
Voi sete imbriachi, o loro: non si conosce dal viso di questa mariuola al mio?
Bigio
Sì, ma l’aveva la maschera.
Niccolò
Mostra qua se la mi somiglia.
Caterina
La Maddalena e madonna Laura l’hanno portate a Padova.
Niccolò
Adunque voi sete pur da dovero iti in maschera!
Caterina
Messer sì, acioché voi non fossi conosciuto; e fu bene perché la magnificenza di madonna quando la vi diceva "poltrone, puttanieri, stufaiuolo, vacco, lupa, e asassino", la non disse a voi, né a me, perché io non era voi e la maschera non era me.
Niccolò
Che ha da fare Padova con Maddalena? Io non saprei con queste bestie che mi dire o fare. Il fatto sta che io sono in un viluppo grande e son per cadere da tutti gli squittini infino da’ panni oro. Sia come si voglia, o povero Niccolò! Andate là in casa, ch’io voglio di questa dimenata di lettiera chiarirmene affatto.
Bigio
Ecco la chiave: o volete ch’io vadia inanzi?
Niccolò
Ficcatela negli orecchi, ora che gli è stata rotta la serratura!
Caterina
Non vi diss’io, messere, non ci mettete coteste toppe gentili che si fanno nelle terre forestiere? Ve lo dissi pure!
Niccolò
Sì, per la fede mia, ell’è una saracinesca genovese d’acciaio bonissima.
Caterina
Quelle di qua, da Vinegia, maschie son migliori, che s’usono oggidì per tutto, e si può aprire da un canto e dall’altro.
Niccolò
Tanto se n’era. Io son di fuori in questo mezzo e per tutto sarò svergognato. Andate là, che ’l diavolo ve ne porti!
Caterina
Voi non vedete, o messere, messere fermatevi! E’ son qua dietro, quei re, quel doge, e quella marchesana!
Niccolò
Dove sono questi miracoli? E’ mi paiono ser forestieri. Dio sa ciò che sono: oggi ogni furfante la sfoggia.

SCENA IIII

Caterina, Niccolò, Cesare [Druda,] e Bigio
Cesare
Ben trovato magnifico messere.
Niccolò
O là, io non vi conosco e voi conoscete me? Ben venga, chi sete voi?
Cesare
Sono un gentiluomo genovese mercatante, e ho da spendere parecchi mila ducati.
Bigio
Il mio padrone non vende nulla, ché sono di fede commessi i suoi beni.40Di fede commessi: inalienabili per ipoteca o altra obbligazione.
Niccolò
Chèto bestiaccia!
Cesare
E Maddalena, che è in casa la Magnificenza Vostra, è mia consorte e cara donna.
Caterina
Voi ne tenete un bel conto a tenerla per fante: l’è ita via con voi?
Niccolò
Andate in là famigliacci! Canaglia state chèti!
Cesare
Noi sconosciutamente fuggimmo della patria e siamo stati segreti e nascosti sotto altro nome. Ora ci conviene palesare, e con quello onore ritornare a Genova che si conviene, avendo giustificato il mondo con l’innocenza mia; e son padre di Laura e mi chiamo dirittamente Gregorio Spinola.41La famiglia Spinola è una delle più importante famiglie dogali di Genova.
Niccolò
Di mia moglie?
Cesare
Vostra moglie è mia figliuola, e Maddalena è suo madre.
Niccolò
Oimè, oimè! Io son tutto intenerito! Oimè, voi siate mio signore, mio padrone e tutta la casa e ciò che io ho è vostro e della vostra donna! O moglie mia cara, che allegrezza avrai tu! Oimè, Oimè, che dolcezza grande!
Cesare
Questa è la signora Druda che ho fatto tor per moglie allo Stufaiuolo; e gli do la dote io, e verranno tutti meco a Genova dove staranno benissimo; ell'è quella cortigiana vostra. Io, la mia donna e lei venivamo stanotte per notificarvi il tutto, e trovarvi intorno a quella porta che la Magnificenza Vostra volle forzare per amor di costei ora da bene.
Niccolò
Perdonatemi, tutti gli uomini son di carne.
Bigio
La Signoria Vostra, ser voi, non è già quello che mi tolse la chiave e mi dette il mozzanigo?
Niccolò
Ora sì scopriranno tutte le maccatelle!
Cesare
Dice il vero questo matto: la vostra vesta con inganno fu rubata da colui di chi sono cotesti panni per farvi, a parlar netto, vergogna in casa. Chi la tolse e come l’è andata udirete come tutti siamo in casa.
Niccolò
Ringraziato sia Dio, io son tornato a mano a mano in me e potrò comparire!
Caterina
Bigio! Lo Stufaiuolo s’è rivestito e passeggia al fresco!
Bigio
A suo posta; e io andrò a sedere al caldo, poiché noi abbian perduto la casa.
Caterina
Chi fa il conto senza l’oste, l’ha a far due volte. Messere va su con il capo pieno di fantasia per veder che spirito era quello tentennava la lettiera.

SCENA V

Stufaiuolo solo
Chi direbbe ch’io fossi quello di quel berrettino di paglia! Non paio un gentiluomo? Tal mi diceva "ignudo poltrone", che mi darà ora vestito del signore. Orsù, il mondo è una gabbia da pazzi! La virtù non vale una stringa se la non ha di quei tiffi taffi 42Tif taffii: suono che imita il fruscio o lo sfregamento dei tessuti (GDLI).attorno; come si sente sonar quella seta, le sberrettate volano: "signor sì, messer qua, e magnifico là"! Se fusse l’imperadore in un saio di cottone, e’ toccherà del "tu". Facciamo a dire il vero: che cosa è la ricchezza sola alla fine? E pur di tutti i ricchi è tenuto conto (dai più dico) che de’ virtuosi. Io ho lavato nella mia stufa di grandi uomini i quali venivano dentro nudi: io non conoscevo differenza alcuna e la mandavo tonda43In malora. all’uno e all’altro. Ma poi nello spogliatoio, questo era di velluto e quell’altro di saia, in modo che io attendevo a quelle sete e lasciavo il panno da un canto. Vien veggendo poi, i mal vestiti erano i sapienti e mi dicevano di belle cose, e quegli altri parevano un pezzo di carne con due occhi. Vedete a ciò che noi siamo sottoposti per la speranza di tre quattrini di più, e talvolta la va di pari: noi siamo schiavi de’ ben vestiti! Volete voi altro che mi crepa il cuore di sì fatta stoltizia del mondo? Se lo dicessi un morto: tutti abbiamo a essere alla fine nudi. Non ne porterà più il re che ’l filosofo, tanto varrà il lino quanto la stoppa. Basta, ringraziato sia Dio! Io sono uscito di Stufaiuolo!44Da intendersi sia come professione che come appellativo. Dice bene il vero: chi ha d’aver ventura, sia dove si voglia, poco senno basta, la lo trova in sin nelle stufe! Io me ne andrò a Genova con questo ricco mercatante, con la Druda la quale sposerò (forse in vostra presenza) come ho dato la fede, e uscirò di stenti. Oh quanti casi in poche ore sono accaduti! Ne vedrete degli altri, e qui e altrove: il mondo è sopra un certo carro che gli sdrucciola malamente. Lasciami accostare e entrare un poco nella lega de’ gentiluomini e del "signor sì" e "signor no" "bacio la mano" e "servitore". In effetto il mondo è una comedia che non ci manca nulla! Tic, toc, tac, toc! Dio sa se sentiranno battere in tanto piacere debbono essere. Tic, toc!

SCENA VI

Stufaiuolo, Bigio e Caterina
Bigio
Chi batte? O Stufaiuolo! Tu sei sì razzimato tu mi pari un cesso ripulito! Tu, non sapete voi45Si noti il brusco passaggio dal 'tu' al 'voi'. che quello che mi rubò i panni e la chiave, mi dette da imbriacarmi, era fratello di Laura ed era inamorato di lei e non sapeva che la fosse sua sorella? Il bello fu che egli entrò nel letto per contrafar messere, e in cambio di madonna Laura vi trovò la Taddea che dormiva: vedi bella cosa! Apunto l’era fracida di lui e fecion nozze.
Stufaiuolo
Io so ogni cosa; e madonna Maddalena è stata quella che ha riconosciuto suo figliuolo e gli ha fatti tòrre per marito e moglie. E io ho presa la Druda cortigiana.
Caterina
Io voglio te Bigio: lo dirò a messere, se tu non gnene di’ tu! Tu m’hai promesso di là sul letto più tre volte.
Stufaiuolo
Sarà ben fatto, che sarete una coppia e un paio; così beccheremo tre sponsalizii a un’otta. Lasciami andar di sopra a farmi vedere.
Caterina
Senti che vengono a punto tutti giù tutti: credo che voglino andare a casa la magnifica madonna Taddea.
Stufaiuolo
Buon pro vi faccia, signori eccellentissimi. Perdonatemi magnifico messere.46La battuta appartiene logicamente alla scena successiva.

SCENA Ultima

Tutti sul palco della scena
Niccolò
Io ti perdono, messer sì, volentieri io ti perdono.
Cesare
Ben venga messer Gottardo: e non si dirà più Stufaiuolo!
Stufaiuolo
I panni rifanno le stanghe:47Gli abiti abbelliscono l'uomo. io ho già guadagnato con essi il messere. Pian piano andremo alla Signoria!
Laura
O padre caro mio, o fratel mio buono! Chi avrebbe mai creduto dopo tanti anni e tanti travagli che noi fussimo insieme con tanto diletto!
Niccolò
Per l’allegrezza non posso spiccar la parola.
Bigio
Messere, io ho pensato madesì d’uscire di tanti fastidii.
Niccolò
In che modo?
Bigio
Io voglio tòr qui la vostra fante di cucina.
Caterina
Vedi balordo! Di’ madonna Caterina.
Bigio
La Signora Caterina per moglie, e copularmi in legittimo adulterio.
Bigio
Ecco fatto, e bello.
Niccolò
Tu non facesti mai il più cattivo! Io son contento.
Caterina
Io gli do quanta dote e’ vuole; ma io ne voglio un contratto. Confessa ancora di quei cornabò che gli ho dati: e darognene degli altri.
Cesare
Buono, o buono.
Bigio
Voi che mi darete signor Vincenzo?
Vincenzo
Io ti vestirò tutto di nuovo, poiché ho trovato padre, madre, sorella e moglie a un tratto!
Caterina
Voi magnifico messere, che mi darete per onorare il mio maritazzo?
Niccolò
Quella testa che ha le ghiere d'ariento di cerbio grande,49Probab. testa impagliata di cervo le cui corna sono attaccate con anelli ('ghiere') d'argento. per metterla sopra la sua arme.
Caterina
Lo provederò ben io di cimieri, non vo’ privar la casa di sì bella reliquia: datemi altro!
Laura
Andiamo, che non mancherà da dare a tutti.
Druda
Sì che noi staremmo tutta notte qui.
Stufaiuolo
Voi vedete spettatori, le nozze di Taddea si vanno a ordinare con tutte l’allegrezze che sien possibili. Quelle del Bigio si faranno magramente. Chi vuol di quelle buone e grasse se ne vadia, e chi di quelle di Caterina torni un altro giorno. Delle mia, a dirvi il vero, non mi basta l’animo di dir "venite domani": come voi mi vedete, così mi scrivete. Se 'l signor mercatante mi donerà qualche cosa che io le possi fare, sarete de’ primi invitati. Per istasera voi siate licenziati.

Il fine della Comedia

Notes

1. Pier Donato Cesi (Roma 1521 - ivi 1586), membro della famiglia Cesi che fiorì fra l'Umbria e il Lazio fra i secc. XV e XVII, occupando diversi feudi pontifici. Pier Donato (detto seniore) fu vescovo di Narni fra il 1546 e il 1566 (cf. Dizionario Biografico degli Italiani). Sono grata a Marc Smith per lo scioglimento di et cetera; Smith pensa che uno svolazzo alquanto goffo (dal Doni?) sia stato aggiunto sopra il normale e c.Go back
2. In fondo alla pagina nota di possesso: "Francisci Literati"Go back
3. Gli spartiti degli intermezzi qui menzionati non sono stati localizzati. Doni era un musicista e un compositore molto rispettato, come dimostra il suo Dialoghi della Musica, pubblicato a Venezia nel 1544. Non nuova è anche la pratica di accompagnare le sue opere con pezzi musicali; si veda infatti il manoscritto delle Nuove Pitture, datato 1560 (Ms Patetta 364 della Biblioteca Vaticana) che contiene una serie di pezzi musicali dopo il testo principale. Tali brani rappresentano una curiosità codicologica: infatti le note sono rappresentate in forma di sonagli, campanelle, fori e topi (si veda l'edizione facsimilare Le nuove pitture del Doni fiorentino: libro primo consacrato al mirabil signore donno Aloise da Este illustrissimo e reverendissimo: Biblioteca apostolica vaticana, ms. Patetta 364, a cura di S. Maffei, Napoli, La stanza delle scritture, 2006)Go back
4. Senza vincoli legali, more uxorio, probabilmente.Go back
5. Strumenti usato per i salassi (GDLI), ma con riferimento alle corna, un tema ricorrente in tutta la commedia.Go back
6. Cf. La Mandragola, Atto III, sc. II.Go back
7. Attori. La forma si deve preferire all apure possibile "gl'istrioni", anche sulla base di "L’autorità del Carafulla, strione della mia comediadello Stufaiuolo (La Zucca, Ic 16 9).Go back
8. Togliere bruscamente la parola.Go back
9. La licenza per andare in giro di notte. In molte città era d'obbligo ottenere una licenza per aggirarsi per le strade dopo una certa ora, per non essere scambiati per criminali o prostitute.Go back
10. 'Avete necessità'.Go back
11. Moneta in uso in Piemonte e a Milano, ma qui scelta per il suo nome evocativo, come in La Zucca, Ib 24 61.Go back
12. Portare polli: favorire una tresca amorosa (GDLI).Go back
13. La battuta è analoga a La Zucca, IVc 53 7, dove viene attribuita al servitore del Doni.Go back
14. 'A mo’ d’archetti': forma di risposta evasiva, quando non si vogliono dare notizie precise (GDLI)Go back
15. Il passaggio da skj to stj è tipico del fiorentino post-quattrocentesc (Paola Manni, (1979), "Ricerche sui tratti fonetici e morfologici del fiorentino quattrocentesco", Studi di grammatica italiana, 1979, n. 8, pp. 115-179, § 3).Go back
16. 'Tanìe': litanìe, storie (GDLI). Go back
17. 'Fare mula di medico': attendere pazientemente i comodi altrui, perdere tempo in attesa di qualcuno (GDLI).Go back
18. Il passo serve a collocare il tempo del racconto alla notte fra il 28 e il 29 gennaio. Infatti, sembra molto probabile che il patrono degli stufaioli fosse stato San Calogero di Perugia, che uscì indenne da una stufa ardente. San Calogero si ricorda il 29 gennaio, che cade durante il periodo di carnevale, periodo menzionato l'inizio della scena V.Go back
19. Proverbio, probabilmente per catafora (cf. Zucca, I p 1 4).Go back
20. 'lieva la gamba': Dio ce ne liberi (GDLI)Go back
21. Brachiere: sospensorio, fascia di cuoio per sostenere l'ernia intestinale o inguinale (GDLI).Go back
22. Trovare l'inchiodatura: trovare il modo giusto per fare qualcosa (GDLI)Go back
23. Il magistrato alle Pompe si occupava di sovraintendere al rispetto delle leggi suntuarie. Go back
24. I Signori di Notte erano la principale magistratura criminale delle Venezia dogale. Devono il loro nome al fatto che inizialmente la loro giurisdizione si limitava a crimini commessi di notte; col tempo li reati di loro competenza si allargarono molto, il che contribuì all'assunzione dei Signori di Notte a un ruolo centrale nella magistratura veneziana. Go back
25. L'espressione è curiosa e potrebbe avere connotazione dialettale (l'uscita -ao per -ATUS è tipica di alcune parti della laguna veneta). Potrebbe tuttavia trattarsi di una semplice svista dell'autore-copista.Go back
26. 'Inzuccare': bere vino oltre misura (GDLI).Go back
27. Venezia aveva aperto un proprio consolato ad Aleppo (Siria), in territorio Ottomano nel 1548, che è probabilmente il periodo in cui la commedia fu scritta (cf. Introduzione); non è escluso quindi che questo possa essere un allusione all'evento. Go back
28. Lo stesso adagio si ritrova in La Zucca, IVb 49 47.Go back
29. Anche questo proverbio si ritrova in La Zucca, IVb 43 32.Go back
30. 'Tirare il cordovano': burlare, prendere in giro (per una spiegazione approfondita dell'origine dell'espressione cf. La Zucca, IIIc 7 10).Go back
31. L'espressione è chiara nel significato ('addormentarsi'), ma dubbia in quanto all'origine; l'unico significato attestato è 'pigolare', vale a dire il verso tipico degli uccellini e pulcini, il cui impiego metaforico non è del tutto chiaro.Go back
32. La sonorizzazione della velare intervocalica (miga per mica) è tratto tipico del veneziano, e una delle poche caratterizzazioni linguistiche dei personaggi in senso settentrionale.Go back
33. Il Bosco di Baccano (oggi Valle di Baccano) è un'area boscosa situata a est del lago di Bracciano, attraversato dalla via Cassia e famoso dal Medioevo in poi per essere infestata dai ladri.Go back
34. Il passo non è chiaro, forse semplice dittografia.Go back
35. Non è chiaro se la ripetizione della congiunzione sia da imputare a errore o alla volontà di aumentare l'espressività dello scambio alquanto concitato. Il fatto che la congiunzione appaia alla fine della riga e sia ripetuta all'inizio della successiva, oltre al fatto che tale ripetizione non sia presente in R, fa pensare piuttosto all'errore. Nel dubbio si è comunque preferito ritenere la ripetizione. Go back
36. Il riferimento a Padova, qui e altrove, non è altrimenti chiaro. Forse si tratta di un riferimento generico a un'altra città, oppure di un adattamento geografico del proverbio "A Lucca ti vidi", con significato di incredulità, come in Atto IV, Sc. IV. Go back
37. Ancora una volta il riferimento è alle corna, elemento comico caro al Doni (si veda, per esempio, anche la Baia Ultima dedicata 'Al Cornieri da Corneto' in La Zucca, Ib 24).Go back
38. Il cerchio era uno dei simboli più comuni per locande e mescite.Go back
39. La Torre alle Bebe, roccaforte presso Chioggia che tradizionalmente marcava il confine dei possedimenti di Venezia e Padova ebbe un Podestà a partire del sec. XII fino al 1607 (Da Mosto, p. 14).Go back
40. Di fede commessi: inalienabili per ipoteca o altra obbligazione.Go back
41. La famiglia Spinola è una delle più importante famiglie dogali di Genova.Go back
42. Tif taffii: suono che imita il fruscio o lo sfregamento dei tessuti (GDLI).Go back
43. In malora.Go back
44. Da intendersi sia come professione che come appellativo.Go back
45. Si noti il brusco passaggio dal 'tu' al 'voi'.Go back
46. La battuta appartiene logicamente alla scena successiva.Go back
47. Gli abiti abbelliscono l'uomo.Go back
48. Allusione all'espressione saltare al granata, vale a dire uscire dalla tutela dei superiori, affrancarsi, con riferimento al gergo militare dove alle reclute si chiedeva di saltare una scopa adagiata in terra per marcare la fine del periodo di addestramento (Note al Malmantile, VI 66). Go back
49. Probab. testa impagliata di cervo le cui corna sono attaccate con anelli ('ghiere') d'argento.Go back